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Teoria e modelli di comunicazione

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I. Introduzione alla Frame analysis

Erving Goffman (Manville, Canada 1922 – Filadelfia 1982), sociologo, nasce in Canada da una famiglia di ebrei ucraini. Studia chimica, poi si interessa di cinema e si laurea in sociologia.

Tra i suoi lavori, uno dei primi e probabilmente il più noto è The Presentation of Self in Everyday Life (trad. it., La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, Bologna 1969): la ricerca di Goffman insiste sulla dimensione drammaturgica delle interazioni sociali (anzitutto degli incontri “faccia a faccia”), concentrandosi sugli aspetti più ovvi e generalmente trascurati della vita quotidiana, che appare come un gioco di rappresentazioni che il self affronta indossando maschere diverse su diversi palcoscenici.
Con qualche riserva, Goffman è ricondotto nell’alveo dell’interazionismo simbolico: si tenga presente che studiò a Chicago, in un ambiente fortemente influenzato dal lavoro di George Herbert Mead (nonché da John Dewey). Goffman si confronta inoltre, in Frame Analysis, con le ricerche di William James (1842-1910), di Gregory Bateson (1904-1980) e di Alfred Schutz (1899-1959).

INTERAZIONISMO SIMBOLICO. Il termine risale ad un allievo di Mead, precisamente a Herbert Blumer (1900-1987) che lo conia nel 1937. George Herbert Mead (1863-1931) fu filosofo e psicologo. Tra i suoi lavori, pubblicati postumi: La filosofia del presente (1932), Mente, io e società (1934), La filosofia dell’atto (1938), La psicologia sociale (1956). L’idea di fondo è che la mente e il sé non siano sostanze, ma “emergenze” dall’interazione mediata da simboli. Per approfondire l’approccio di Mead e di autori rilevanti che hanno affrontato temi analoghi, è molto utile il sito internet del Mead Project (ricco di materiale, con interi volumi e articoli da consultare): http://spartan.ac.brocku.ca/~lward/

Bruno M. Mazzara scrive che in Mead «la mente, vista quale strumento fondamentale di adattamento della specie umana, è essenzialmente un prodotto sociale, per il fatto che opera per mezzo di simboli significativi che sono di natura intrinsecamente sociale, e risulta in definitiva formata a seguito dei processi di interazione e di comunicazione». Cfr. Bruno M. Mazzara, Profilo storico e teorico, in G. Mantovani, a cura di, Manuale di psicologia sociale, in G. Mantovani (a cura di), Manuale di psicologia sociale, Giunti, Firenze 2003. Cristina Zucchermaglio (Gruppi e interazione sociale, in G. Mantovani, a cura di, Manuale di psicologia sociale, cit., p. 148) scrive, a proposito del contributo di Mead per la psicologia sociale e gli studi sulla comunicazione: «Per Mead, autore citato come padre fondatore della psicologia sociale, ma troppo spesso dimenticato nella realizzazione dei suoi programmi empirici, anche il Sé nasce dal processo di interazione sociale e “il contenuto della mente è solo uno sviluppo e un prodotto dell’interazione sociale”. In questa prospettiva l’interazione sociale è un processo caratterizzato dalla scambio e dalla continua negoziazione dei significati dell’azione reciproca tra gli attori sociali in essa coinvolti. Secondo Mead, è impossibile separare nettamente il sociale dallo psicologico e l’oggetto di studio della psicologia sociale è il comportamento individuale in quanto collocato nel processo sociale. “Il comportamento di un individuo – continuava Mead – può essere compreso solo nei termini del comportamento dell’intero gruppo sociale di cui egli fa parte, dal momento che i suoi atti individuali sono connessi ad atti più vasti, di carattere sociale, che lo oltrepassano e che implicano gli altri membri del gruppo”».

Tra gli altri lavori di Erving Goffman, si tengano presenti Asylums (1961) e Stigma (1963), nonché Modelli di interazione (1969), dove si approfondisce lo studio della dimensione “strategica” del comportamento sociale, a partire dall’immagine del “gioco”. In Asylums espone il risultato di un’indagine svolta in incognito, per diciotto mesi, nel manicomio di St. Elizabeth a Washington (già per la tesi di dottorato si era introdotto, sotto mentite spoglie, in una comunità dell’isola di Unst, nelle Shetland: fingendo di voler studiare le tecniche agricole, studiò la struttura sociale della comunità). In Stigma studia il fenomeno della proiezione di identità virtuali sugli altri (ad esempio con l’uso di stereotipi relativi agli immigrati).

Nella vita quotidiana, è come se ci fossero copioni o almeno canovacci che orientano aspettative e atteggiamenti. Ciò vale dalla situazione “attesa dell’autobus” a quella “lezione universitaria”. Goffman considera le condizioni di “normalità” per le quali ci atteniamo a quei canovacci: competenza sociale (posture, collocazione,...), coinvolgimento commisurato alla situazione (tensione, rilassatezza, attenzione,...), accessibilità agli altri, “civile indifferenza” o “interazione non focalizzata” (es.: distogliere lo sguardo dai passanti). Harold Garfinkel, con i suoi breaching experiments, studia cosa accade quando si “rompono” quelle cornici di aspettative, ovvero quando non ci si attiene ai copioni vincolanti: rompendo il frame di aspettative, nello spaesamento degli interlocutori diventa visibile un vincolo – un regime di credenza e di aspettative – altrimenti invisibile. Si scoprono così le idealizzazioni soggiacenti alla relazione sociale: idealizzazione della interscambiabilità dei punti di vista e idealizzazione della congruenza del sistema di attribuzione di rilevanza. Di H. Garfinkel, vedi Studi di etnometodologia (1967).

La nozione di frame in Goffman è in parte riconducibile alle nozioni di background, setting (scenario) o context. È però da mettere in relazione, più propriamente, con la nozione di cornice ispirata da Gregory Bateson e dalle sue indagini sulla metacomunicazione. Sono molto importanti, inoltre, la nozione di sub-universo di realtà di William James e quella di provincia finita di significato (o di senso, vedremo perché) di Alfred Schutz. Il frame è una cornice, ma non una cornice statica.

I principi regolativi, le credenze, gli atteggiamenti e le aspettative che “valgono” entro un frame non sono sempre chiaramente definiti. Si dà il caso di frames entro frames. Inoltre, sui frame si possono fare operazioni di trasformazione o messa in chiave (Key, Keying) o di fabbricazione (Fabricating): nel secondo caso si notano le implicazioni del fatto che l’uomo è anche Homo fabricator. È il caso del complotto in cui il frame operativo è conosciuto soltanto a chi costruisce la falsificazione, cioè a una delle parti in relazione. È una “fabbricazione” anche il metodo che Goffman ha usato per scrivere, in incognito, la sua tesi di dottorato e Asylums. Se qualcuno avesse scoperto il suo gioco e avesse agito in modo da trarre in inganno Goffman, ci sarebbe stato un capovolgimento della fabbricazione, una fabbricazione sulla fabbricazione.
Il nesso tra la messa in chiave (Keying) e la metacomunicazione di Gregory Bateson è dichiarato esplicitamente da Goffman. Egli suggerisce di intendere il Keying come «l’insieme di convenzioni sulla base delle quali una data attività, già significativa in termini di una qualche struttura primaria, viene trasformato in qualcosa di modellato su questa attività ma visto dai partecipanti come qualcos’altro».
Si tenga presenta l’esempio di Bateson, delle scimmiette che giocano alla guerra.

> Lezione 2

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© Luca Mori 10/2006